Il nuovo libro di Ratzinger.
Il Gesù «storico» e le verità della Chiesa
Enzo MAZZI, Il
Manifesto, 23 Ottobre 2011
Rivela un affanno il nuovo
libro su Gesù con cui papa Ratzinger si adopera a mostrare e dimostrare la
storicità di Cristo e in particolare della morte-resurrezione di lui. Lo
ammette chiaramente quando scrive: “la barca della
Chiesa … spesso si ha l’impressione che debba affondare”. Ed ecco l’importanza
della realtà pienamente divina e pienamente umana del Salvatore Gesù.
E’ Gesù Cristo l’unico
salvatore e la chiave della salvezza universale. Ed è la Chiesa cattolica
governata dal papa e dai vescovi uniti al papa la custode unica e universale
per tutti i secoli della chiave affidatale da Gesù. Tutta la ricerca umana di
senso della vita e di salvezza materiale e morale sarebbe completamente inutile
senza il Dio che si fa uomo e offre in sacrificio la sua vita.
Sono due millenni che
queste “verità”, questi assoluti, vengono ripetuti identici, declinati in
codici espressivi diversi tradotti in tutte le lingue del mondo ma sempre nella sostanza uguali a se stessi: è Gesù l’unico salvatore
universale attraverso il suo sacrificio perenne.
Di fatto del Gesù storico
non si sa quasi nulla. Ormai è un dato acquisito nella teologia biblica non
servile. I Vangeli non sono la storia di Gesù ma la riflessione teologica in
forme narrative o rituali delle comunità cristiane del primo secolo in ambiente
pagano. Inoltre è accertato ormai che le più antiche testimonianze scritte non
sono i Vangeli canonici. Sono le tradizioni dei cosiddetti “loghia”, cioè dei
“detti” di Gesù.
Che prima sono stati
tramandati oralmente nell’ambiente palestinese e poi sono stati inseriti nei
Vangeli. Quei “detti” di Gesù sono “il Vangelo prima dei Vangeli”. Poi il
Vangelo dei detti di Gesù è andato perso perché gli scribi smisero di farne
copie in conseguenza della fissazione autoritativa del canone. Oggi si direbbe
sbrigativamente che ha subito una censura.
E’ stato recuperato o riscoperto nel 1838,
attraverso un delicato lavoro di filologia, incastonato nei Vangeli canonici.
E’ stato pubblicato solo nel 2007 in italiano dalla Queriniana in un volume a
cura di un grande specialista, James M. Robinson: I detti di Gesù. Questo
ritardo di quasi due secoli la dice lunga sulle resistenze poste dall’autorità
ecclesiastica alla pubblicazione di un testo storico che mette in crisi le
certezze dogmatiche.
Perché è importante questo
“Proto-Vangelo”? Perché l’immagine di Gesù che se ne ricava è molto diversa da
quella fissata nelle narrazioni canoniche dei Vangeli. E soprattutto è diversa
l’immagine che si ricava del cristianesimo nascente. Non ci sono che nel
sottofondo racconti di miracoli e soprattutto non c’è notizia dei fatti della
nascita, della morte e della resurrezione. Questa assenza di eventi così
fondamentali per i Vangeli canonici e poi per il dogma è impressionante.
L’accento è posto non
sulla persona di Gesù ma sul messaggio e sul movimento messianico di impegno
per la realizzazione del “Regno di Dio”. Il quale tradotto in termini moderni
si potrebbe definire come movimento per un “mondo nuovo possibile”. Il Gesù del
“Proto-Vangelo” è soprattutto un “figlio dell’uomo” che alla lettera può
significare “Figlio dell’umanità”, parte di un movimento storico di liberazione
radicale.
C’è in quel documento solo
un’eco flebile del processo di mitizzazione della persona di Gesù che è appena
agli inizi e che però presto sfocerà nella divinizzazione. E’ assente l’essere
divino-umano, il dio incarnato che si sacrifica per redimere l’umanità peccatrice.
Il quale invece sarà poi offerto soprattutto dalla Chiesa di Paolo al mondo
pagano avido di sacro e di salvezza mistica.
Ovviamente le persone all’origine di questo
Proto-Vangelo, che di bocca in bocca si tramandavano i detti di Gesù,
conoscevano la morte di Gesù. Ma per loro la morte del profeta non aveva il
significato di sacrificio. Non si sentivano impegnati ad annunciare la morte.
“Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti” – è un’affermazione
fondamentale del Proto-Vangelo.
Non la morte né il
sacrificio né il miracolo aveva cambiato la loro vita. Ma il messaggio
culturalmente rivoluzionario di Gesù aveva dato un senso nuovo alla loro
esistenza; in quello e non nel miracolo trovavano il senso della resurrezione;
quel messaggio e l’esperienza di vita che c’era dietro si sentivano impegnati
ad annunciare perché cambiasse la vita di molti e trasformasse radicalmente la
società dando vita a un mondo nuovo.
La teologia sacrificale
del Cristo che salva in quanto Figlio di Dio morto e risorto verrà dopo, quando
il cristianesimo dovrà rivolgersi al mondo pagano. Sarà tale teologia la carta
vincente, il fulcro del trionfo della nuova religione. Un trionfo però
contestato da persone, anche sinceramente credenti, con senso critico, lungo
tutta la storia, dall’antichità fino ad oggi, quale tradimento e
devitalizzazione del Dna generativo del movimento di Gesù.