Viaggio a Betlemme (Maggio 2011)

‘Non solo l’acqua’

(a spasso con Nidal a Betlemme)

                                                                                                            Franco Dinelli

 

Partendo per Gerusalemme ho preso “L’uomo planetario” di Balducci, senza sapere perché.

Una grande distesa di edifici, Betlemme, Bet Jalla, Bet Sahour e poi Irtas. Tutto intorno muro di sicurezza, bypass roads e colonie. Una città isolata completamente, dichiarata zona “A” negli accordi di Oslo, cioè sotto controllo palestinese. E però alcune zone sono di tipo “C”, cioè sotto controllo israeliano. Soprattutto su tutta l’area pende la spada di Damocle della clausola che permette all’esercito israeliano di entrare a suo piacimento e arrestare chi ritiene necessario.

Nidal ci racconta di sé, arrestato 25 anni fa, di suo figlio, arrestato a 17 anni mentre lui era in Italia ad operarsi di tumore alla tiroide. Nel campo profughi di Aida, vicino al luogo dove papa Ratzinger ha sperimentato l’oppressione del muro, ci racconta di alcuni suoi collaboratori al “Elehssan Medical Center”, detenuti dai 3 ai 4 anni anche essi. Esempi concreti che si materializzano dai freddi numeri che Addameer riporta ogni quadrimestre sulla situazione dei detenuti amministrativi in Israele. Dice ancora Nidal delle torture fisiche, in isolamento per 40 giorni in una stanza di due per un metro con le mani legate anche durante i pasti. (Anche Monsignor Capucci ha fatto questo racconto dopo essere stato fermato in una delle precedenti “Freedom Flotilla”.) E poi in cella senza né una radio né la possibilità di comunicare con l’esterno.

A suo figlio e’ andata meglio, con TV, cibo più vario e possibilità di telefonare ogni tanto. Ma aveva il diabete e non gli permettevano di fare iniezioni di insulina con regolarità. Entrambi adesso sono schedati e non possono più lasciare Betlemme. Entrambi hanno come solo palco della vita queste poche colline a sud di Gerusalemme che Nidal non vede da anni. Una volta ha cercato di andare a trovare il figlio maggiore che studia ingegneria in Giordania. E’ stato fatto tornare indietro al ponte di Allenby dalla autorità palestinese sotto “consiglio” di quella israeliana. Adesso alcuni linfonodi maligni si sono ripresentati e attende da mesi il permesso per poter tornare in Italia a operarsi di nuovo.

Negli ultimi dieci anni ha tirato su dal nulla un centro medico per gli orfani e i poveri di ogni credo. I più ricchi pagano una cifra simbolica che possa aiutare a mantenere il centro in vita. Il resto viene da donazioni, in particolare provenienti dal rapporto stretto con l’organizzazione “Amicizia Italo-Palestinese” di Firenze. Il suo sogno e’ di realizzare un ospedale diurno con una sala operatoria, da sistemare al terzo piano (ancora da costruire) della palazzina dove il centro ha sede. Vuole gettare le basi per il futuro, per quando non ci sarà più ed altri continueranno la sua missione. Nella zona adesso opera un ospedale pubblico che non è sufficiente per una città così grande.

Nidal si ricorda anche delle piscine di Salomone. Da bambino andava là a tuffarsi con gli amici. Alcuni sono deceduti in conseguenza di attacchi mirati da parte di Tsahal. Di uno in particolare a Irtas, vicino ad un monastero greco-ortodosso, ha raccolto la testa e poche altre membra. E l’acqua non bagna più le vasche oramai da tempo. Anche qua intercettata come l’acqua che da ovest ad est scende nella valle del Giordano e usata dalle colonie che circondano Betlemme e che si espandono a causa della “crescita naturale”, la stessa negata lungo il Giordano.

Irtas una volta era famosa per gli ortaggi. Ed anche adesso là in basso nella stretta valle a sud-ovest di Betlemme si possono vedere le serre e i terrazzamenti. L’acqua però scarseggia e la vita dei contadini sempre più assomiglia a quella degli abitanti del Giordano.

In un incontro pubblico a Milano anni fa quando studiava, Nidal chiese agli altri partecipanti (un ebreo e il moderatore) di essere definito. Non lo fu allora, lo facciamo noi.

Palestinese di Bet Sahour, musulmano di professione dottore, confinato a vivere in pochi chilometri quadrati, al servizio dei senza voce: un uomo planetario.

 

 

Viaggio a Jenin (Maggio 2011)

‘And the violent bear it away’

(a spasso con Susan, Raja e Rwand a Jenin)

 

Attraversare il checkpoint di Kalandia con autobus pubblici è come passare da un casello autostradale. Il centro di Ramallah invece è un caos infernale. In centro stanno facendo lavori e il traffico è ancor più congestionato. Passiamo dalla sede di “This week in Palestine”, rivista distribuita gratis in diecimila copie. Il designer vive a Massa Marittima da circa vent’anni, l’ho conosciuto a ottobre quando mi sono abbonato. Sono qua perché da marzo non ricevo più la rivista. La ragazza che mi accoglie rimane attonita. Esempio di giornalismo popolare vero questo. Chiunque può scrivere un articolo e preferibilmente solo una volta. Contrariamente al nome è un mensile.

Passiamo poi dalla sede dell’AOWA, organizzazione di donne che commerciano sapone e oggetti di artigianato. Ci offrono the’ con miramia o nana. Donne anziane e giovani stanno di fronte a noi. Ci danno l’indirizzo di Jenin dove fanno i saponi che vengono esportati in Italia in alcune botteghe del commercio equo e solidale.

Una lunga strada tortuosa porta a Jenin da Ramallah. Con il taxi collettivo circa due ore di viaggio. Susan ci attende in centro città e ci porta ad un ristorante dove prendiamo shawarma e mezze. E’ veramente economica Jenin al contrario di Gerusalemme e Betlemme. Qua non si vedono turisti. La vita pare scorrere come in una qualsiasi città araba. Ai nostri occhi appare anonima nel suo caos. Arrivando al campo profughi di Jenin, l’impressione non cambia ma anzi si acuisce. A giudicare dagli edifici non si può certo capire cosa sia successo meno di dieci anni fa. Le case sono gialle, le strade larghe e pulite. Quando scendiamo dal taxi siamo in una piccola piazza con nel centro un cavallo fatto con pezzi metallici di colori diversi, un puzzle tridimensionale. Una scritta in tedesco ai suoi piedi, che non riesco decifrare.

Chi potrebbe dire che nel 2003 durante la seconda Intifada tutte le case furono demolite sotto il peso dei carriarmati e dei bulldozer. Durante l’assedio l’esercito che passava di casa in casa sfondano i muri laterali o i soffitti. Una tattica di guerriglia sviluppata nelle università israeliane, come ci dice un architetto ebreo israeliano in un libro edito in Italia da Einaudi. Molti civili e molti combattenti sono morti a causa degli attacchi: un piccolo cimitero li riunisce tutti insieme, con un monumento che li ricorda all’entrata. Raja ci indica le tombe di due suoi fratelli uccisi allora. In seguito la sua casa è stata demolita due volte. La sua famiglia ostinatamente l’ha ricostruita ogni volta.

A pochi metri dalla piazza col cavallo c’è la sede dell’AOWA. Ci accoglie una donna musulmana magra ed elegante, dai modi gentili. Ci mostra una stanza dove i saponi vengono prodotti. Ci spiega che anni fa un italiano di nome Andrea di Milano insegnò loro come farli. Da allora ne hanno prodotti molti. Dice che la disoccupazione nel campo è altissima da quando non possono più andare a lavoro in Israele. Così devono inventarsi il modo di sopravvivere. Molte famiglie vivono di quei pochi soldi che provengono dalla vendita del sapone. Ringraziano infinitamente tutti gli italiani che comprano il loro sapone. Non le dico che forse è un po’ eccessivo. Dovrei spiegarle cosa fa l’Italia per la Palestina?

Chiedo a lei del cavallo e mi spiega che sotto di esso fu trovata una fossa comune dove gli israeliani avevano sepolto i corpi dei morti che volevano nascondere. Mi chiedo: perché un cavallo? Non saprei però cos’altro metterci.

Alle 15 del pomeriggio nessuno o quasi passa per le strade del campo di Jenin. Alla stessa ora il 4 aprile, un uomo col viso coperto ha esploso 11 colpi sul corpo indifeso di un uomo che portava per mano suo figlio. Una corsa disperata all’ospedale non è bastata. Il suo nome era Juliano Mer-Khamis. “100% palestinese e 100% ebreo”, aveva detto. Stava andando al suo teatro dove nel 2005 era venuto a vivere per ricreare una speranza di vita negli abitanti scioccati da tanta distruzione. La giovane e piccola Rawand non resiste alle domande e piange.

Quando le chiedo il suo nome un piccolo sorriso le esce dalle labbra, e comincia a parlare di Juliano, del teatro e del futuro incerto. E’ rimasta orfana come tutti coloro che gravitavano attorno a questo teatro. Juliano era un padre, un fratello, un insegnante, un cercatore di fondi, era tutto. Faceva corsi di recitazione per ragazzi a livello professionale. Prima di morire aveva diretto l’ultima replica di Alice in wonderland. Un grande successo in quello stanzone dipinto di nero col palcoscenico profondo e scarno e circa dieci file di panchine nella scalinata riservata al pubblico. Presto andranno anche in tournee a Parigi.

Il teatro della resistenza e della libertà. Rawand andrà in Germania e poi in Inghilterra a parlare di Juliano, a chiedere sostegno. Ci sono adesso alcuni inglesi che insegnano recitazione ai ragazzi nella stanza accanto mentre in queste ore la moglie di Juliano sta per dare alla luce due gemelli.

Ogni inverno il freddo la secca ma ad ogni primavera la menta ostinatamente ricompare.