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Libia. Ultime menzogne e omissioni dei media e
verità di testimoni raggiunti al telefono – Marinella Correggia
Posted By redazione On settembre 2, 2011 @ 5:24 pm In Conflitto,Diritti,Giornalismo
di pace,Nonviolenza,Osservatorio Internazionale| No
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Menzogne
di una notte insonne (anche sotto il fortunato cielo italiano che nessuno bombarda dal 1945). Menzogne e arroganza fino
all’ultimo in una guerra cominciata e continuata con notizie false, in cui i
media hanno avuto il ruolo dell’aiuto carnefice. Solo la tivù russa Rt e quella venezuelana Telesur spiegano che è una vittoria dovuta
alla carneficina compiuta dalla Nato anche con droni
ed elicotteri Apache soprattutto negli ultimi giorni. Per la democrazia che il
popolo libico merita, dice il premier britannico Cameron. Peccato che in tutti
i mesi scorsi proprio la Nato e i “ribelli” avessero sempre lasciato cadere le
proposte di libere elezioni con controllo internazionale avanzate dal governo
libico.
Cosa dicono i soliti media
La
Nato fa strage a Tripoli bombardando di tutto e uccidendo 1.300 persone in
poche ore come denuncia Tierry Meyssan
del Réseau Voltaire; ma Repubblica on line
scrive che Gheddafi bombarda la folla. Giusto un titolo, senza spiegazione,
giusto un modo per non perdere l’allenamento. La stessa Repubblica che non si è mai degnata di
chiamare soldati i membri –decimati – dell’esercito di un paese sovrano (erano
sempre definiti “mercenari e miliziani”), adesso chiama
“soldati del Cnt” i ribelli, tacciando invece
di “pretoriani di Gheddafi” i superstiti soldati libici (quelli non decimati
dalla Nato). (A proposito: uno del Cnt,
Jibril, ha fatto appello ai suoi armatissimi
“ragazzi” affinché diano prova di moderazione e non attacchino gli stranieri e
chi non li appoggia: il rischio è certo visti i precedenti).
L’Unità scrive che Tripoli “è insorta”, quando in
realtà è occupata dai cosiddetti ribelli con la copertura aerea della Nato e i
civili cioè i disarmati se ne stanno rintanati nelle case (vedi le
testimonianze ottenute al telefono).
Il Corsera con il suo embedded
sceso dalle montagne insieme ai ribelli spiega enfatico che dopo la
“liberazione” di Zawya, “Tripoli si è sollevata”
quando in realtà è stata piuttosto atterrata dai bombardamenti.
E Rai
News 24? Peacelink protesta con la redazione: “Nel vostro servizio avete nascosto il
ruolo dei bmbardamenti Nato, presentando i ribelli
che liberavano la Libia soli e festanti, per acclamazione popolare; alterato il
senso della risoluzione 1973 che non prevedeva l’appoggio militare Nato agli
insorti; taciuto il massacro in corso a Tripoli; presentato prevalentemente il
punto di vista Nato (e sempre ripetono la storia dei mercenari neri e dei
cecchini).
Anche
il Fatto ci
casca: “L’avanzata del Cnt rallentata dal traffico e
dal caos e da centinaia di libici che inneggiano alla
fine del regime”; “I tripolini sono usciti per festeggiare l’arrivo dei
ribelli”. Ma centinaia di persone sono tante, in una metropoli? E comunque la
foto della festa viene da Bengasi…
Tivù
e media vari pubblicano foto di feste in piazza. Ma solo alcuni dicono che non
si riferiscono a Tripoli ma a Bengasi appunto (da dove comunque decine di
migliaia di abitanti sono fuggiti nei mesi scorsi e non più tornati nel regno
degli uomini e dei bambini armati). Lo fa rilevare Peacelink
osservando questa galleria: http://www.time.com/time/photogallery/0,29307,2060413_2304634,00.htm [2] l [2]. A Tripoli, sono i soli armati ribelli a
festeggiare. Ma il fatto che si mescolino le cose nella stessa galleria non è
casuale.
Per
dare l’idea di festeggiamenti che non ci sono, Cnn mette foto
di festeggiamenti non datati a Bengasi. Mentre la reporter dice
“vedo strade vuote, le immagini sono di folle festanti con bandiera monarchica,
però evocano Tripoli. In un altro collegamento, la elmettata reporter spiega – non senza ripetere la solfa del
pericolo di cecchini di Gheddafi – che assolutamente nessun civile nelle
strade…allora chi sta festeggiando? Gli armati. E sempre il titolo è “la Nato
teme che Gheddafi possa colpire i civili”. Quindi pronti al tiro al piccione.
La
cronista di Al Jazeera con elmetto dalla Piazza verde (il
nome è già stato cancellato), parla di festa (e di paura per i soliti cecchini
di Gheddafi…) del popolo libico, “vedete centinaia
di persone” (in una città con milioni di abitanti)…alle sue spalle si pressano
con la bandiera monarchica i ribelli armati, ma per lei sono i civili, il “popolo”,
“you can see how people are excited, now they are in control of the capital”. La
confusione voluta fra civili e armati ha fatto da leit
motiv di questa guerra. Anche a Baghdad, il giorno della caduta della statua di
Saddam a opera di due marine Usa, gli iracheni
presenti si contavano in qualche decina…Un film già visto.
La
mattina la Cnn parla
al telefono con la solita plurintervistata ottimo
inglese libica diciannovenne che dice che dopo 42 anni sono liberi di parlare
al telefono (ricordo però che gli oppositori a Gheddafi più che la mancanza di
libertà mi evocavano, settimane fa, “gli ospedali che non funzionano e le
scuole dove non si studia bene l’inglese”!); la tivù le chiede: “ma non c’è gente in strada, solo fighters?”
e lei conferma. Allora, le folle festanti?
Anche
la Reuters scrive: “I ribelli entrano in
Tripoli, la folla celebra”. Quale folla? Non c’è nessun video né foto!
Intanto
nessuno parla degli ospedali, che dovrebbero essere al collasso per troppi
clienti.
Parlano i testimoni
Molti
telefoni di persone incontrate a Tripoli poche settimane fa non rispondono
(“out of order”). Per
esempio Rafika, tunisina,
ottimo italiano, che lavorava alla mensa dell’ospedale Tebbe,
chissà quanti feriti ci sono adesso là.
Ma
qualcuno risponde.
Mohamed, giovane del Niger che vive a Tripoli da 3
anni (lavorava con i cinesi) e che si arrovellava settimane fa su come spiegare
al mondo la verità, adesso è rintanato in casa: “Siamo impotenti anche noi. Chi è disarmato non può avventurarsi
fuori, dove tutti sono armati e si combatte. E’ terribile ma non possiamo che
aspettare. Spero che non ci sia un’altra carneficina”.
Ieri diceva “hanno bombardato intensamente anche vicino a
casa mia, si è levata una grande polvere, impossibile respirare. Stiamo in casa, e preghiamo, è il ramadan”. L’altro ieri, prima degli ultimi sviluppi, chiedeva: “Ma si sono
viste lì le immagini della strage di 85 civili a Mejer,
sotto le bombe della Nato fra l’8 e il 9 agosto? Sono
sconvolto, anche perché qui i media internazionali non ne hanno parlato”.
Era impaurito sabato sera il cristiano pakistano Nathaniel, che già settimane fa si chiedeva dove sarebbe
andato con la famiglia dopo 21 anni in Libia se gli islamisti fossero arrivati:
“My sister qui bombardano
di continuo, e sembra che i ribelli siano vicini…non so cosa fare, dove andare,
chi ci proteggerà? Starò in contato con la cattedrale”. Oggi il suo cellulare
non sembra aver copertura.
Se Nathaniel sapesse che forse è stata
saccheggiata la chiesa a Dara (e monsignor Martinelli
è in Italia)…Così dice la statunitense JoAnne, da
mesi a Tripoli con suo marito per documentare negli Usa i crimini di guerra
della Nato e dei ribelli: “Siamo chiusi nell’hotel Corynthia,
al centro di Tripoli.
Nessuno si avventura fuori. Gli Apache hanno ucciso molte
persone e i ribelli hanno armi pesanti…Doveva partire una nave proveniente da
Malta, per evacuare gli stranieri ma i ribelli l’hanno bloccata”. Chiusa in casa anche Tiziana Gamannossi,
imprenditrice italiana, l’unica rimasta a Tripoli, dove vive a Tajura: “Sto in casa, non si chiude occhio. I
festeggiamenti per l’entrata dei ribelli? Ma se non c’è nessuno per strada, ho
faticato a trovare un amico che mi riportasse a casa ieri. La
disinformazione continua”.
Anche
Hana, libica che lavorava per una compagnia
petrolifera, è chiusa in casa, da parenti: “Ci siamo spostati perché la nostra
casa è troppo vicina a Bab El
Azyzya”, qui è tranquillo ma nelle strade non c’è
nessuno. Mi hanno detto che volavano anche gli Apache, io non li ho visti
vicino a casa. Sì, abbiamo l’acqua e la luce e cibo abbastanza. Stiamo ancora
digiunando per il ramadan…fino a fine mese. Non avrei mai pensato che finisse così”.
Lizzie Phelan,
giovane giornalista inglese indipendente, aveva un blog che le è stato
bloccato: “Poco prima avevo denunciato alla tivù russa RT il fatto che Al Qaeda
sia ben presente fra i ribelli arrivati a Tripoli. Qui intorno al Rixos
la situazione sembra adesso calma. Ma non si sa come evolverà. Aspettiamo di andare, noi stranieri, in un’ambasciata, forse quella
russa”.
Non
risponde il telefono di Zinati, quarantenne libico
che da mesi “abitava” con il suo computer su un tavolo all’hotel Rixos cercando di aiutare il portavoce Mussa Ibrahim nei
difficili rapporti con i giornalisti e con le delegazioni: “Ero tornato qui in
febbraio per sistemare delle cose e ripartire per il Canada dove vivo da anni;
invece sono rimasto, non potevo lasciarli così” diceva settimane fa.
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