IDEE ERETICHE
di Roberto Mancini
Gli operai e l’altraeconomia sembrano due realtà distanti, l’una
sottomessa e ovunque nel mondo
sacrificata agli interessi del capitale, l’altra creativa, ma marginale,
addirittura accolta come nicchia innocua nel grande meccanismo del capitale
globale.
Eppure il legame tra questi due
mondi diversi è reale. Riguarda la resistenza al modello economico vigente e la
costruzione di un’alternativa che riporti l’economia al servizio dell’umanità.
Il referendum alla FIAT Mirafiori aveva questo significato al di là dei suoi
aspetti immediati.
O si cede alla logica del denaro
per il denaro, che tortura la vita delle persone e della natura, oppure si
rialza la testa, si ripudia la riverenza nei confronti del sistema economico e
si agisce per cambiarlo. Se trovandosi costretti “a scegliere” tra la
sottomissione alla volontà dell’impresa e la morte economica, molti operai (
quasi la metà dei votanti) hanno avuto il coraggio di esprimere il loro rifiuto
verso questa alternativa micidiale, un evento simile evidenzia che l’umanità
delle persone non è spenta, che esistono energie, coscienze, azioni che possono
generare una società molto diversa. E molti di quanti hanno votato “si” al
referendum possono pensare che le loro legittime ansie non siano l’unico
orizzonte possibile per gli anni a venire. Si può sperare qualcosa di meglio e
di più giusto. Ma si può farlo soltanto se una buona parte del nostro Paese e
dell’Unione Europea si sveglierà dall’incantamento che porta a obbedire, come sotto
ipnosi, ai comandi di un sistema che non ha nessuna credibilità e che porta
solo frutti velenosi.
Ormai non si può più restare
nell’ambiguità: singoli, famiglie, gruppi, associazioni, sindacati, partiti,
istituzioni, confessioni religiose devono decidere. O si aderisce con
masochistica lealtà a tutti i ricatti, alle vessazioni, ai misfatti del sistema
di guerra all’umanità chiamato globalizzazione, oppure ci si dedica a costruire
un vero e giusto ordine di convivenza.
Oggi molti spingono se stessi sino
all’oggettiva umiliazione di tessere le lodi della globalizzazione, dei suoi
ricatti, dell’insensata lotta di tutti contro tutti. E così si accaniscono nel
disprezzare quelli che – come la FIOM nel caso del referendum a Mirafiori –
restano fedeli alla dignità umana e alla democrazia. L’amara parabola di quei
sindacati che, piegandosi all’imposizione aziendale travestita da referendum,
ne considerano l’esito una “vittoria” indica quando sia pericoloso adattarsi a
pensare come vogliono i poteri dominanti. Un iperadattamento
al peggio che toglie l’anima alle persone, ai sindacati stessi, ai movimenti,
alla società.
Nella sua descrizione della
condizione operaia sperimentata personalmente, Simone Weil ha denunciato così
l’abbrutimento che implica essere costretti a lavorare e persino a vivere
soltanto per sopravvivere: “ogni condizione nella quale all’ultimo giorno di un
periodo, di un mese, di un anno, di vent’anni di sforzi, ci si trovi nella
medesima situazione del primo giorno assomiglia alla schiavitù “ ( La
condizione operaia, Edizioni di Comunità, pag. 276). Oggi sappiamo che questa
era una lettura ottimista, perché da anni non si riesce a conservare la
condizione del primo giorno, ma il trattamento dei lavoratori peggiora sempre
più.
Tutti, privilegiati e vittime, imprenditori e operai, lavoratori dell’agricoltura e dei servizi, intellettuali e lavoratori manuali, cassintegrati e disoccupati, giovani e vecchi, uomini e donne, proprio tutti, siamo al bivio: o l’economia globale del profitto ad ogni costo distrugge la società umana, o la società si umanizza e cambia il modello di economia. Quando qualcuno – che sia un singolo o un gruppo, un partito o una chiesa, un sindacato o un governo – non coglie il senso di questa alternativa decisiva mostra così di mancare di ogni lucidità. Per percepire l’alternativa e la responsabilità che da essa deriva per ciascuno è necessario anzitutto cominciare a sentire la sofferenza di adattarsi a vivere, anzi a sopravvivere così. Cioè immersi e ripiegati entro un sistema ostile alla dignità, alle aspirazioni, ai bisogni umani e ai diritti vitali. E’ una verità della vita il fatto che chi fa del male o chi si adatta a subire il male e finisce per collaborare con esso, qualunque forma storica il male assuma, è qualcuno che intanto non ha compassione per se stesso e , d’altra parte, non ha più alcuna capacità di sentire il valore e il dolore degli altri. L’autentico ascolto di se e degli altri porta alla grande scoperta che il male, che credevamo necessario, non lo è affatto.
(Altreconomia,
Febbraio 2011)